domenica 13 marzo 2022

Da Properzio, "Epistola a Paolo"

 Smetti, Paolo, di forzare con le lacrime il mio sepolcro: a nessuna preghiera si apre la nera porta; quando una volta i morti sono passati sotto le leggi infere, le vie si bloccano con inesorabile acciaio. Se anche oda le tue preghiere il dio della reggia oscura, sordi i lidi berranno le tue lacrime. I voti inteneriscono solo i celesti: quando il traghettatore ha avuto il denaro, la livida porta rinserra gli erbosi sepolcri. Così squillarono meste le trombe, quando la torcia nemica, posta sotto il feretro, consumava il mio capo. Cosa mi giovarono l’unione di Paolo, a cosa mi servirono i carri degli avi o i tanto grandi pegni della mia fama? Non meno inesorabili ebbe Cornelia le Parche, e sono  un peso che sta in cinque dita. 

Dannate notti e voi, acque lente, paludi, e ogni onda che impaccia i miei piedi, immatura ma incolpevole venni qui: miti leggi il Padre di qui dia alla mia ombra! Oppure, se Eaco  siede come giudice, posta l’urna, giudichi sulle mie ossa, posta la sorte. Si siedano i fratelli e accanto alla sedia minoica, nel foro attento, la folla delle Eumenidi. Sisifo, sia tu privo del masso; tacciano le ruote di Issione; fatti afferrare, acqua tantalea ingannevole ; oggi Cerbero disonesto non insegua nessun’ombra e giaccia la catena allentata dalla silenziosa serratura. Io parlo per me: se mento, la pena infelice delle sorelle, l’urna, gravi le mie spalle. Se fu di onore ad alcuno la fama per gli aviti trionfi, i regni africani parlano degli avi numantini : un’altra schiera eguaglia i materni Liboni, e l’una e l’altra casa si regge su titoli propri. Poi, quando la pretesta cedette alle fiaccole maritali e un’altra benda avvolse le chiome, mi unisco, Paolo, al tuo letto che così dovevo lasciare: su questa pietra si legga che fui sposata a uno solo. Chiamo a testimoni le ceneri degli avi da te venerati, Roma, sotto i cui titoli, o Africa, percossa giaci, e Perseo, che simulava il valore dell’avo Achille e che distrusse le tue case pur essendo Achille (tuo) avo , che io sminuii la legge della censura, né il vostro focolare arrossì di alcuna mia colpa. A tanto grandi trofei non fu di danno Cornelia: anzi, della grande famiglia fu anch’essa un membro da imitare. La mia vita non mutò, è tutta senza crimine: siamo vissute irreprensibili tra le due fiaccole .

La natura mi diede leggi attinte dal sangue, né per timore di giudici potresti essere migliore. Qualunque tribunale faccia di me rigoroso giudizio, nessuna sarà più turpe per (il fatto di) sedere al mio fianco, nemmeno tu che muovesti la lenta Cibele, o Claudia, rara sacerdotessa della dea turrita , né colei che col candido velo rinfocolò il fuoco lento, quando Vesta chiedeva le fiamme. 

Non ho leso te, dolce persona, madre Scribonia : cosa vorresti in me di diverso, se non i fati? Sono lodata dalle lacrime materne e dal cordoglio della città, le mie ossa difese dal lamento di Cesare. Egli lamenta che sia morta una degna di (essere) sorella di sua figlia, e vedemmo le lacrime arrivare ad un dio. E tuttavia meritai le vesti insigni emblemi di fecondità, né fui rapita dalla morte a una casa priva di figli. Tu, Lepido, e tu, Paolo, mio conforto dopo la morte, nel vostro abbraccio furono chiusi gli occhi miei. Ho visto anche il fratello raddoppiare il seggio curule; la sorella fu rapita proprio nel tempo in cui fu fatto console. E tu, figlia, nata ad ornamento della censura paterna, fa’ di tenere un solo marito, imitandomi. Con la discendenza date sostegno alla stirpe: volentieri io salpo sulla barca, perché in tanti dei miei si prolungherà il mio destino. Questa è la mercé estrema del trionfo femminile, dove una libera fama loda un rogo come meritato.

Ora a te io raccomando il dono comune, i figli: quest’ansia vive inconsunta dal mio cenere. Fa’ loro anche da madre, tu padre: la mia folla di figli ora dovrai portarla tutta al collo tu solo. Quando li bacerai piangenti, aggiungi (i baci) della madre: tutta la casa ora sarà tuo peso. E se vorrai piangere, solo senza loro come testimoni! Quando verranno, con asciutte guance illudi i baci! A tormentarti per me ti bastino, Paolo, le notti e i sogni in cui crederai spesso di ravvisare il mio volto; e quando nel segreto parlerai alla mia immagine, parlami come s’io potessi risponderti. Se però la porta vedrà un nuovo letto e una prudente matrigna siederà nel nostro talamo, approvate e accettate, figli, il matrimonio del padre: essa darà la mano vinta dai vostri costumi. Non lodate troppo la madre: confrontata alla prima, essa vedrà un’offesa nelle vostre libere parole. Ma se, memore di me, egli resterà fedele alla mia ombra e penserà che di tanto siano degne le mie ceneri, fin d’ora imparate ad accorgervi della vecchiaia che giunge, per l’uomo celibe nessuna via resti aperta agli affanni. Ciò che mi è stato tolto si aggiunga ai vostri anni: per la mia prole si rallegri Paolo d’essere vecchio. Va tutto bene: mai, come madre, io presi il lutto: alle mie esequie è venuta tutta la schiera. 

È perorata la mia causa.

Alzatevi, voi che mi piangete, testimoni, mentre grata la terra mi rende il compenso della vita. Alla mia virtù s’aprì anche il cielo: ch’io sia degna, per il merito, che le ossa siano portate tra gli avi onorati.

(IV 11)


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