domenica 23 maggio 2021

Da Decimo Laberio

«Necessità, al cui impeto molti
sfuggire vollero, pochi poteron,
dov'è che mi portò, al fin di vita?
Me, che niuna ambizione, né tangenti,
nessun timor, niuna violenza o autorità
poteron smuovere in mia gioventù,
eccoǃ, da vecchio quanto mai mi ha reso,
uscita da uom clemente ed eccellente
con un discorso assai blandiloquente?
E se gli stessi dei a lui negare
non possono alcunché, chi sono io
per farlo? Io, che due volte trenta
anni senza una nota, da cavaliere
sono uscito di casa, tornerò mimoː
oggi sono vissuto un giorno in più
di quanto avrei dovuto. O Fortuna,
immoderata in bene ed in male,
se ti era lecito in letteratura
con lodi ben fiorite romper ogni
di nostra fama culmine, perché
, mentre fiorivo con membra robuste,
mentre da uomo soddisfeci il pubblico
e un tale uomo, non mi hai piegato?
Adesso mi distruggi? Come vo in scena?
Bellezza d'anima o anche di corpo,
Virtù di spirito o voce dolce?
Come un serpente spezza le radici
di un'edera, così me la vecchiaia
mi uccide con l'amplesso dei suoi anni.
Simile ad un sepolcro, non mi resta
se non il nome mio.»

(Fr. 1 M.)

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