domenica 18 ottobre 2020

Da Saffo

«O Cipride e voi Nereidi, incolume
datemi che mi torni il fratello
e che quanto in cuor vuole che avvenga,
tutto si avveri,

e che cancelli tutto quanto sbagliò in precedenza,
e così ci sia gioia in cuore per lui
e dolore per i nemici: e per noi
nessuno sia danno.

E sua sorella voglia render partecipe
dell'onore, e dai dolorosi tormenti
liberi quelli a cui prima, soffrendo,
bloccava il cuore

. . . . . ].ed udendo in cuore
. . . . . ].le parole dei cittadini
. . . . . ].[. . .] e nemmeno
. . . . . ][. . .]

. . . . . ].[. .].
. . . . . ]: ma tu, veneranda Cipride,
. . . . . . . . ] i mali posti [. . . . .
. . . . . ].»
(Fr. 5 V.)


«Alcuni di cavalieri un esercito, altri di fanti,
altri di navi dicono che sulla nera terra
sia la cosa più bella, mentre io ciò che
uno ama.

Tanto facile è far capire
questo a tutti, perché colei che di molto superava
gli uomini in bellezza, Elena, il marito
davvero eccellente

lo abbandonò e se ne andò a Troia navigando,
e né della figlia, nè dei cari genitori
si ricordò più, ma tutta la sconvolse
Cipride innamorandola.

E ora ella, che ha mente inflessibile,
in mente mi ha fatto venire la cara
Anattoria, che non mi è
vicina.

Potessi vederne il seducente passo
e il lucente splendor del volto
più che i carri dei Lidi e, in armi,
i fanti.»
(Fr. 16 V.)

«Da Cipro [...]
venne un araldo veloce correndo [...],
Ideo, e apparve, rapido nunzio
(lacuna)
e dal resto dell'Asia quest'inconsumabile gloriaː
"Ettore e i suoi compagni scortano la occhi splendenti,
da Tebe e dalla sacra Plakia dall'acque perenni,
la dolce Andromaca, con le navi, sul salso mareː
e molti bracciali d'oro, e vesti multicolori
e belle porpore e troni e fregi multiformi
e innumerevoli coppe d'argento e tanti avoriǃ"
Così diceva ed il padre caro balzò ratto in piedi
e si spargeva la fama nell'ampia città, tra gli amici.
Subito le donne d'Ilio ai carri preziosi, ampie ruote,
aggiogavan le mule e saliva tutta la folla
di donne e insieme di vergini dall'agili caviglieː
e, un po' discoste, le figlie di Priamo pure partivan;
ma gli uomini aggiogavano cavalli ai lor carri
e tutti quelli celibi; e grandemente [...],
[...] e gli aurighi [...],
[...] conducevano [...],
[...]
[...] e simili ai numi
[...]sacri profumi
[...] ad Ilio
e il flauto dolcesonante si mescolava ai sonagli
[...] e a quel punto le vergini
[...]
[...]
[...]
[...] e mirra e cassia ed incenso esalavan profumo;
e, non appena le anziane alzarono il grido rituale
tutti gli uomini intonaron il retto grido rituale,
il peana, invocando l'Arciere dalla bella lira,
e inneggiando a Ettore e Andromaca, simili a numi.»
(Fr. 44 V.)

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